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Negli ultimi anni si sta assistendo a un ritorno in auge del credito su pegno. E no, non è una buona notizia.
Come nei periodi di recessione massima e di grave incertezza sociale, si torna a parlare di credito su pegno su larga scala. Il meccanismo è quello classico adottato da qualsiasi banco dei pegni. Il creditore offre dei prestiti garantiti da dei beni di valore. Gioielli, orologi importanti, quadri, oggetti da collezione… Siamo quindi di fronte a un finanziamento garantito da un bene mobile. Soldi in cambio di qualcosa di valore. E con la concessione del prestito in cambio del bene che rimane in possesso del creditore. Fino a quando? Fino al completo rimborso del debito. Giocoforza, se il debitore non riesce a rimborsare il prestito, il creditore può far ciò che vuole del bene stesso. Per esempio, venderlo per recuperare l’importo dovuto.
Anche con il credito su pegno il bene dato in pegno è una garanzia, poiché garantisce il credito del creditore. Ma il pegno dipende sempre dall’obbligazione principale, ovvero dal prestito. E la fattispecie dell’accordo garantisce sempre l’intero credito, anche se il bene è divisibile, con prelazione finale a vantaggio del creditore. Il che vuol dire che il creditore ha diritto di essere soddisfatto per primo in caso di concorso con altri creditori.
Un simile finanziamento risulta utile in situazioni di vera emergenza. Ma il rischio è quello di dover subire condizioni poco favorevoli e di dover fronteggiare costi abbastanza alti. Per questo, è facile intuire come il credito su pegno sia un’opzione poco funzionale per il richiedente. Senza il possesso di beni di valore da dare in garanzia, non si va da nessuna parte. E il finanziamento comporta sempre dei rischi elevati a fronte di vantaggi marginali.
Ci si rivolge a questo tipo di credito per accedere rapidamente al denaro, senza dover fornire garanzie complesse in termini burocratici. Essendo basato sul valore del bene, il credito non richiede alcuna verifica sulla solvibilità effettiva del richiedente.
Probabilmente, l’idea del pegno funziona anche grazie all’illusione di non dover per forza perdere il bene offerto in garanzia. In teoria, rimborsato il prestito, il bene viene restituito al proprietario. Ma è giusto considerare che il rischio di perdere la garanzia è alto, così come alti sono i tassi di interesse. Rispetto a una vendita diretta, il pegno comporta sempre uno svantaggio per chi cede il proprio bene.
Negli ultimi anni si è diffuso parecchio l’art-lending. Ovvero un meccanismo di operazioni finanziarie, dunque di apertura di credito o finanziamento, a fronte della costituzione in garanzia di una o più opere d’arte o di un’intera collezione. Ma anche in questo caso gli interessi possono essere alti a causa della natura stessa del prestito. E bisogna mettere in conto il rischio di perdere l’opera.
Nel frattempo si sta assistendo anche a un boom della collateralizzazione, una forma di credito comune nei prestiti ipotecari e nei finanziamenti aziendali: il creditore prende dal richiedente un bene o un’attività (collaterale) come garanzia per il prestito. E, in caso di mancato pagamento, ha il diritto di prendere possesso del collaterale per recuperare l’importo del prestito.
La legge italiana prevede che si possano dare in pegno sia beni mobili che titoli di credito. Il credito ricevuto può arrivare fino ai quattro quinti del valore di stima dell’oggetto lasciato in pegno, nel caso di preziosi. Oppure, ai due terzi, nel caso di non preziosi. Il credito minimo dev’essere di 50 euro. Quello massimo di 50.000 euro. E il richiedente ha tempo sei mesi (rinnovabili) per restituire i soldi. Somma a cui aggiungere gli interessi concordati (dal 10 al 13%), spese varie e diritti di custodia (circa l’1% ogni tre mesi).
Esperto di economia e finanza con una competenza consolidata nella redazione di articoli su temi economici, fiscali e finanziari.
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