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Nel private credit, cioè nel credito concesso da investitori non bancari, i prestiti PIK sono diventati sempre più comuni e importanti.
Quando si parla di investitori non bancari si intendono tutti quegli attori finanziari, come fondi, assicurazioni e family office, che sono in grado di erogare prestiti attraverso strumenti flessibili e modalità che trascendono il classico investimento. I prestiti PIK, ovvero payment-in-kind, sono appunto dei prestiti ad aziende (spesso mid-market) in cui gli interessi non vengono pagati in contanti, ma vengono aggiunti al capitale del debito.
L’azienda richiedente riceve il prestito, firmando un accordo con un investitore. Anche se gli interessi continuano a maturare, il soggetto richiedente non versa delle rate per pagare gli interessi, che vengono invece capitalizzati. In questo senso, il debito cresce nel tempo, dato che gli interessi si sommano al capitale. Come dire: mi prendo i soldi, ma ti pago dopo… e con gli interessi sugli interessi.
Ovviamente, un’azienda non può semplicemente bussare alla porta dell’investitore e far presente che vorrebbe un PIK. Per ottenere un simile finanziamento occorre partire da basi assai solide. Ci vuole una struttura finanziaria forte, un bel piano strategico e, soprattutto, un investitore disposto a rischiare. In questo senso è fondamentale un business plan dettagliato, in cui l’azienda mosti proiezioni interessanti di crescita, o una strategia vincente per una ristrutturazione. Occorre anche un bilancio trasparente.
Dunque, per interfacciarsi con i fondi di private credit, servono anche degli intermediari specializzati, che sappiano guidare l’azienda nella stesura di un term sheet negoziato, dove si stabilisce tutto… Ovvero il tasso d’interesse, la durata e le clausole di rimborso del finanziamento. In Italia i PIK sono spesso visti come prestiti rischiosi. Di certo sono armi a doppio taglio. Salvano le aziende in difficoltà, evitando un esborso immediato, specie per i richiedenti con cash flow debole. Ma, al contempo, fanno crescere il debito. Che diventa come una valanga. Chi non riesce a controllarlo e a correre veloce, viene giocoforza travolto.
Nel private credit, i prestiti PIK sono oramai strumenti prioritari. Vengono proposti e ricercati perché offrono flessibilità alle aziende in difficoltà di liquidità e permettono agli investitori di ottenere rendimenti più alti, compensando il rischio. In generale, funzionano meglio quando si parla di operazioni di venture debt, buyout o ristrutturazioni aziendali.
Secondo i dati più aggiornati, nel 2025 oltre il 10% delle operazioni di private credit include componenti PIK. Con tutti i problemi che ne conseguono… Per esempio, quello del debito occulto e del futuro default. L’azienda che ha ottenuto un prestito del genere sembra solvibile, ma sta comunque affrontando un debito che cresce sotto traccia. E quando il debito scade, il rimborso può diventare insostenibile.
Il problema riguarda anche gli investitori. Tanti fondi di private credit stanno infatti accumulando redditi PIK, che però non sono liquidità reale. In tutto ciò, il mercato del private credit continua a crescere con grande slancio. Gli asset globali, l’anno scorso, hanno superato i 1,7 trilioni di dollari nel 2024. Le proiezioni parlano di un superamento della soglia dei 3 trilioni nel 2029. Il boom di questa nuova realtà dipende innanzitutto dall’arretramento delle banche tradizionali. Ma conta anche la ricerca di rendimenti più elevati da parte degli investitori istituzionali.
Rispetto a questi dati interessanti, non è comunque possibile le criticità che contaminano il settore. La crescita dei tassi d’interesse degli ultimi anni ha di certo avuto un impatto diretto sul costo del debito per le aziende private. Di conseguenza, molte realtà si trovano ora con margini ridotti e una capacità limitata di coprire i pagamenti. E i PIK non aiutano. Anzi. Sono spesso trappole che spingono le aziende verso un più veloce default.
Esperto di economia e finanza con una competenza consolidata nella redazione di articoli su temi economici, fiscali e finanziari.
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